10 dicembre 2009

Gioacchino Genchi a "Mafia e Stato: guerra o compromesso"


Il Caso Genchi: storia di un uomo in balia dello Stato


Prefazione
di Marco Travaglio
Non ho alcuna intenzione di riassumere, in questa prefazione, il libro che state per leggere. Anzitutto perché non voglio levarvi il gusto di sfogliare pagina per pagina questo giallo intricato ma semplice al tempo stesso, che incrocia quasi tutti gli scandali del potere d’Italia: quelli che i professionisti della rimozione chiamano «misteri d’Italia» e che di misterioso in realtà non hanno un bel nulla. Ma soprattutto perché riassumerlo è impossibile. Diversamente dai gialli, qui non è importante il canovaccio della trama: qui sono importanti i particolari, tutti.
Vorrei, invece, parlare un po’ di Gioacchino Genchi e spiegare perché ce l’hanno tanto con lui. Perché è diventato, prima segretamente e da qualche anno apertamente, un nemico pubblico numero uno. E dunque perché Il caso Genchi (ma io l’avrei intitolato Il caso Italia) curato da Edoardo Montolli è tutto da leggere. Questione di memoria: Genchi non ha soltanto una memoria di ferro, Genchi è una memoria di ferro. Quella memoria che, per vivere tranquilli, bisognerebbe ogni tanto resettare e azzerare. Invece lui non ha mai proceduto per reset, ma sempre per accumulo. Possono levargli i fascicoli su cui sta lavorando, possono portargli via i computer, possono sequestrargli tutti i file memorizzati. Ma lui continua a ricordare e a collegare tutto. Dovrebbero proprio eliminarlo fisicamente, per renderlo inoffensivo. Con quel po’ po’ di database nel cervello, Genchi avrebbe potuto diventare stramiliardario (in euro), senza neppure il bisogno di ricattare questo o quello: gli sarebbe bastato far sapere di essere in vendita e mettersi all’asta. La prova migliore della sua onestà è proprio il fatto che non ha mai guadagnato un euro in più di quello che gli derivava dal suo lavoro. Che non ha mai fatto uso delle informazioni che, incrociando i dati delle intercettazioni e soprattutto dei tabulati telefonici acquisiti da decine di uffici giudiziari, per vent’anni è stato chiamato a esaminare al servizio della Giustizia. Mettete insieme memoria e onestà, e avrete una miscela esplosiva, anzi eversiva. Che basta, da sola, a spiegare perché in un Paese come l’Italia Genchi è visto come un pericolo pubblico. Non ruba, non ricatta, sa che cosa sono le leggi e lo Stato e li serve fedelmente, e per giunta non è ricattabile. Riuscite a immaginare un nemico peggiore, per i poteri fuorilegge che si spartiscono l’Italia praticamente da quando è nata?
Genchi è un poliziotto. Un vicequestore che fino all’anno scorso era in aspettativa per dedicarsi a tempo pieno a mettere a frutto la sua esperienza investigativa in materia informatica e telefonica in delicatissimi processi e inchieste, di mafia, di strage, di omicidio, di sequestro di persona, e così via. Lavorava già con Giovanni Falcone, di cui poi, dopo la strage di Capaci, riuscì a estrarre, da un computer manipolato dalle solite manine premurose, i diari segreti. Dopo via D’Amelio, riuscì a ricostruire – tabulati alla mano – gli ultimi due giorni di vita di Paolo Borsellino e i contatti fra alcuni suoi carnefici e una probabile sede distaccata dei servizi segreti al castello Utveggio sul Monte Pellegrino. Da diciassette anni è consulente di varie Procure, Tribunali e Corti d’Assise. Ha fatto catturare fior di latitanti, incastrato assassini e stragisti, ma anche tangentari e finanzieri sporchi, smascherato malaffari di ogni genere. Ha dato contributi decisivi alle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, sui fiancheggiatori di Bernardo Provenzano, sugli amici mafiosi di personaggi come Marcello Dell’Utri e Totò Cuffaro.
Già nel 2004 l’onorevole Emerenzio Barbieri dell’Udc (il partito di Cuffaro, ma anche di Cesa, mesi dopo indagato a Catanzaro dal pm Luigi de Magistris) attacca Genchi alla Camera con un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Roberto Castelli, ma il secondo Governo Berlusconi deve ammettere a denti stretti che la sua attività era perfettamente regolare. Nel luglio del 2007 l’assalto riparte, quando il sito web Radiocarcere.it pubblica la sua relazione all’allora pm di Catanzaro Luigi de Magistris, in cui compare per qualche ora il numero di uno dei cellulari usati dal guardasigilli Mastella. Quest’ultimo gli dà del «mascalzone» e due mesi dopo lo chiama in una conferenza «Licio Genchi», come se l’amico di piduisti fosse Genchi e non Mastella. Lino Jannuzzi e altri parlamentari del centrodestra lo accusano apertamente di compiere indagini senza mandato e di raccogliere illecitamente dati su politici e uomini delle istituzioni per tenerli sotto ricatto. Genchi replica ricordando che lui è solo un consulente tecnico e che ogni suo atto è richiesto e autorizzato da un magistrato.
Poi spiega che il documento con il cellulare di Mastella ha il timbro del Tribunale del Riesame, dunque non esce dal suo ufficio, bensì dal Palazzo di Giustizia di Catanzaro. È finito in rete – constata – subito dopo essere stato depositato agli avvocati di un indagato, l’ex piduista Luigi Bisignani, condannato in via definitiva per la maxitangente Enimont e dunque amico del ministro della Giustizia del centrosinistra: «Metterlo per un’ora sul web» dichiara Genchi «è stata una trappola, una manovra contro di me e de Magistris. Per permettere di additare la fuga di notizie e gridare al complotto». Mastella finge di non capire e ripete la domanda già posta, con esiti disastrosi, dall’Udc due anni prima: «Ma uno che è in aspettativa dalla polizia può lavorare con la sua ditta per lo Stato?» Sì, può. Anzi, deve.
Ma Genchi, nelle inchieste catanzaresi Why Not, Toghe lucane e Poseidone, sta aiutando de Magistris a ricostruire la cosiddetta Nuova P2, cioè il trasversalissimo cupolone politico-affaristico-massonico-giudiziario che tiene in scacco l’Italia. Una piovra che affratella esponenti del centro, della destra e della sinistra. Infatti, nel giugno del 2007, il procuratore Mariano Lombardi toglie a de Magistris l’inchiesta Poseidone, il cui principale indagato è il suo amico Pittelli, senatore forzista e socio in affari del figlio della sua convivente. A settembre il ministro Mastella sperimenta per la prima volta la nuova facoltà di chiedere il trasferimento d’urgenza di un magistrato, conferitagli dall’ordinamento giudiziario Castelli che il centrosinistra aveva promesso di cancellare e che invece, proprio in quella parte, ha lasciato entrare in vigore tale e quale nel luglio 2006. E chi è, fra i novemila magistrati italiani, il fortunato vincitore della prima richiesta di trasferimento? L’unico in tutta Italia che indaga sul premier Romano Prodi e sulle telefonate tra Mastella e i suoi amici indagati Antonio Saladino (numero uno della Compagnia delle Opere calabrese) e Luigi Bisignani. Quando si dice la combinazione. Il Csm non ravvisa alcuna urgenza nella pratica, ma qualcun altro ha una gran fretta: il procuratore generale «reggente» di Catanzaro, Dolcino Favi, che proprio nel giorno in cui il Csm nomina il pg titolare, non attende nemmeno che questi si insedii e decide di avocare un altro fascicolo a de Magistris, facendoglielo portare via dalla cassaforte e spedendolo al Tribunale dei Ministri di Roma. Quale fascicolo, tra i tanti? Proprio il Why Not, che vede indagati Prodi (per abuso d’ufficio, ma solo come atto dovuto) e, da qualche giorno, pure Mastella (finanziamento illecito e truffa): quando si dice la combinazione. Motivo: de Magistris ce l’ha con Mastella che ha chiesto di trasferirlo. L’idea che sia Mastella ad avercela con de Magistris perché sta indagando su di lui non sfiora nemmeno il solerte «reggente». Il quale, anziché lasciare che della spinosa faccenda si occupi il pg titolare già nominato dal Csm e ormai in arrivo, assume un’altra iniziativa gravissima e irrimediabile: revoca tutti gli incarichi al consulente tecnico del pm, Gioacchino Genchi. Completa l’opera l’Arma dei carabinieri, che pensa bene di promuovere e trasferire su due piedi il capitano Pasquale Zacheo, braccio destro di de Magistris nell’unica inchiesta superstite: Toghe lucane. Via il braccio destro, via il braccio sinistro, via le indagini, in attesa di mandar via direttamente il pm. Che sarà trasferito di lì a poco dal Csm lontano da Catanzaro (a Napoli), con l’espresso divieto di esercitare mai più le funzioni di pubblico ministero.
«Sono a rischio le mie libertà» afferma Mastella con grave sprezzo del ridicolo, denunciando di essere stato intercettato illegalmente, cioè in barba all’immunità. Forse che de Magistris e Genchi non conoscono l’articolo 68 della Costituzione che proibisce di intercettare i parlamentari e di acquisirne i tabulati telefonici? O forse sono impazziti e hanno deciso di viziare fin dall’inizio un’indagine così delicata per mandarla a catafascio e salvare il guardasigilli dalle sue eventuali responsabilità?
Per comprendere ciò che è accaduto basta leggere la consulenza Genchi depositata a disposizione degli indagati (quella su Mastella e Bisignani). Genchi, esaminando i tabulati di Bisignani trasmessigli dal pm, s’è imbattuto in una serie di utenze telefoniche in contatto con lui. Non tutte le utenze hanno un nome e un cognome. Una è intestata alla Camera dei deputati, ma può essere in uso a un impiegato, a un usciere, a un segretario. Per sapere di chi è un telefono, bisogna fare accertamenti. E, per farli, bisogna acquisire i tabulati. Solo alla fine si scopre chi è il titolare, che fra l’altro può pure cederlo a un terzo. Così si è arrivati a scoprire che il telefono era di Mastella. Lo stesso è avvenuto per le telefonate intercettate tra Saladino e il ministro. «Per l’eventuale utilizzazione processuale» scrive Genchi nella consulenza
«dovrà richiedersi la prescritta autorizzazione al competente ramo del Parlamento». Segno evidente che sia lui sia il pm conoscono bene la legge. Tant’è, quando è stato scippato del fascicolo Why Not, de Magistris si apprestava a chiedere al Parlamento l’autorizzazione a usare le telefonate indirettamente intercettate fra Mastella e gli indagati Saladino e Bisignani. L’avocazione dell’inchiesta è arrivata appena in tempo per impedirglielo. Ma anche quella inesistente violazione dell’immunità verrà contestata in sede disciplinare a de Magistris dal procuratore generale della Cassazione, Mario Delli Priscoli.
Siamo in pieno «comma 22»: per essere esonerato dai voli di guerra, il pilota deve essere pazzo; ma, se chiede l’esonero dai voli di guerra, il pilota non è pazzo; pazzo è chi fa i voli di guerra; ergo è impossibile essere esonerati dai voli di guerra. L’ok del Parlamento è richiesto nel caso in cui l’indagato parli con un parlamentare. Per sapere se l’indagato parla con un parlamentare, bisogna indagare sulla titolarità dei telefoni in contatto con l’indagato. De Magistris lo fa, scopre che dall’altro capo del filo c’è Mastella, lo iscrive nel registro degli indagati, ma non può chiedere l’ok del Parlamento perché Mastella chiede il suo trasferimento e il pg gli leva l’inchiesta. E lo accusano di aver acquisito i tabulati prima dell’ok del Parlamento, al quale però non avrebbe mai potuto chiedere l’ok prima di acquisirli e di scoprire che vi compariva pure telefono di Mastella. Ergo, è vivamente sconsigliabile indagare su chicchessia: se poi si scopre che parla con Mastella, Mastella è salvo, i suoi amici pure, ma il pm è rovinato. La parola d’ordine, ormai, è distruggere la memoria di Genchi e chiunque la utilizzi. Una parola d’ordine che diventa addirittura legge il 31 luglio con la delibera numero 178 approvata dall’Autorità garante per la privacy per stabilire nuove regole per i consulenti dei pm e i periti dei giudici: essi non potranno più conservare nei loro archivi i dati e i documenti raccolti per un’indagine dopo che questa è terminata, ma dovranno restituirli ai magistrati o «cancellarli». Rigorosamente vietato «conservare, in originale o in copia, in formato elettronico o su supporto cartaceo, informazioni personali acquisite nel corso dell’incarico». Direttiva a dir poco discutibile: un’indagine archiviata può essere riaperta in qualsiasi momento se emergono elementi nuovi. E spesso è molto utile che il consulente conservi i dati vecchi per riusarli e incrociarli con quelli nuovi, senza dover ripartire ogni volta da zero. Ora non si potrà più farlo. Chissà perché: le banche dati dei periti non presentano alcun rischio per la privacy, visto che questi sono pubblici ufficiali tenuti alla massima riservatezza. Ma le perplessità aumentano se si guarda al relatore della delibera destinata a svuotare le indagini cancellando la memoria storica di tanti scandali: quella del vicepresidente dell’Autorità garante, Giuseppe Chiaravalloti. Ex magistrato, ex governatore forzista della Calabria, Chiaravalloti è indagato in quel momento a Catanzaro per associazione a delinquere nell’inchiesta Poseidone (poi il nuovo pm opterà per l’archiviazione) e a Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. Ora, si dà il caso che a entrambe le indagini abbia collaborato Genchi. Ed è curioso che a impartire le nuove direttive ai consulenti, lui compreso, sia proprio uno dei suoi «clienti» più illustri. Possibile che il «garante» Franco Pizzetti abbia designato proprio Chiaravalloti come relatore, in barba al suo plateale conflitto d’interessi? Forse la scelta è caduta su di lui per la competenza maturata in fatto di indagini giudiziarie (a carico). O magari per le sue doti profetiche. In una telefonata intercettata nel 2006 con la segretaria, Chiaravalloti così parlava di de Magistris: «Questa gliela facciamo pagare… Lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana…
Saprà con chi ha a che fare… C’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… Siamo così tanti ad avere subito l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata! Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…»
Il 2 dicembre 2008 la Procura di Salerno fa perquisire gli uffici giudiziari di Catanzaro e le abitazioni di alcuni magistrati, politici e faccendieri calabresi, indagati per aver prima sabotato, poi esautorato e allontanato de Magistris dalle sue inchieste e dalla Calabria, e infine di aver compravenduto l’insabbiamento dei suoi fascicoli più scottanti.
Grazie anche a una consulenza firmata da Genchi, i pm salernitani Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani ritengono di avere le prove della corruzione giudiziaria e di una serie di abusi. Calunnie e diffamazioni che hanno contribuito all’isolamento e alla cacciata del collega da Catanzaro per poi poterne «aggiustare» le indagini. Siccome da mesi chiedono, invano, la copia integrale degli atti di Why Not, stufi di attendere, vanno a sequestrarne l’originale. Apriti cielo. I magistrati catanzaresi si ribellano, controsequestrano il fascicolo appena sequestrato e, senz’alcuna competenza territoriale (che spetterebbe a Napoli), inquisiscono i pm salernitani che indagano su di loro. Anziché denunciare la reazione illegale e sediziosa dei magistrati calabresi, la classe politica tutta (tranne Di Pietro), con la stampa e le tv al seguito, grida alla «guerra fra Procure», mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Anzi, prende le parti degli aggressori, cioè dei magistrati di Catanzaro. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un’interferenza mai vista in un’indagine in corso, chiede gli atti a Salerno e critica apertamente la perquisizione. L’Anm e il Csm, anziché difendere i pm attaccati mentre fanno il proprio dovere, si associano agli attacchi. Il Consiglio superiore appronta un processo sommario e in men che non si dica, comprimendo ogni elementare diritto di difesa, punisce in via cautelare e urgente il procuratore capo Apicella con la destituzione dalla magistratura e i suoi sostituti Nuzzi e Verasani con il trasferimento nel Lazio e con il divieto di esercitare mai più le funzioni requirenti. Come aveva fatto alcuni mesi prima con de Magistris.
La Procura di Roma indaga i tre pm e de Magistris, considerato il loro ispiratore, per interruzione di pubblico servizio e abuso d’ufficio. Poco importa se il Riesame di Salerno ha già ritenuto legittima e doverosa la perquisizione a Catanzaro e se il Tribunale di Perugia (cui il fascicolo sui magistrati è passato per competenza) archivierà ogni accusa, ritenendo che Nuzzi, Verasani, Apicella e de Magistris abbiano agito per esclusivi «fini di Giustizia». Nessuno deve osare mai più mettere il naso nel verminaio di Catanzaro, né tanto meno ipotizzare una Nuova P2 che inquina la vita democratica del Paese. Eppure proprio la sorte infausta che tocca a chiunque abbia l’ardire di sfiorarla non fa che portare nuove prove sulla sua esistenza e sulla sua geometrica potenza.
La classe politica tutta è ormai terrorizzata dalle intercettazioni e dai tabulati, che sempre più spesso svelano contatti e amicizie fra uomini di partito e uomini d’onore e disonore. Infatti prima Mastella e poi il suo degno successore Angelino Alfano (cioè Berlusconi) passano il tempo ad approntare leggi che impediscano le intercettazioni e imbavaglino la stampa. Così riparte l’assalto a Gioacchino Genchi, trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina per creare a tavolino un allarme rosso che non ha fondamento nei fatti ma che, debitamente manipolato, può finalmente convincere gli italiani che in Italia non sono troppi i delinquenti, specie in guanti gialli e colletto bianco: sono troppi gli intercettati. Poco importa se Genchi non ha mai intercettato nessuno in vita sua: basta ripetere a reti unificate che intercetta tutti, che scheda milioni di persone, ovviamente a scopo ricattatorio, e il gioco è fatto. Tutti finiranno col crederci.
Si ripete pari pari la scena, anzi la sceneggiata, dell’ottobre del 1996, quando si trattava di far digerire un altro boccone sommamente indigesto agli italiani di destra e di sinistra: la Bicamerale, cioè l’inciucio fra D’Alema e Berlusconi per mettere in riga la magistratura e farla finita una volta per tutte con le indagini sui potenti. Il cavaliere convocò la stampa di tutto il mondo e mostrò all’intero orbe terracqueo una gigantesca «microspia» che, a suo dire, fantomatiche «Procure eversive e deviate» avevano nascosto nel suo studio a Palazzo Grazioli per spiare l’allora capo dell’opposizione di centrodestra calpestando la Costituzione. D’Alema, che stava per diventare presidente della Bicamerale con i voti di Forza Italia, si affrettò a solidarizzare col povero Silvio e ne approfittò per sollecitare un «colpo di reni» per riscrivere tutti insieme la Costituzione. Il presidente della Camera Luciano Violante, che non aspettava di meglio, convocò Montecitorio in seduta straordinaria e diede la parola al Cavaliere, che denunciò lo «spionaggio ai danni del leader dell’opposizione, il più grave attentato alle libertà parlamentari della storia repubblicana». Mesi dopo, nel silenzio dell’informazione, la Procura di Roma scoprì che il «cimicione» era un ferrovecchio inservibile che era stato nascosto in casa Berlusconi non dalle toghe rosse, ma da un disinvolto amico dell’addetto alla sicurezza del cavaliere: incaricato di «bonificargli» l’appartamento, il cialtrone non aveva trovato alcunché, dunque aveva pensato bene di nascondere lui la micro anzi macrospia. Una solennissima bufala, utilissima per spianare la strada alla Bicamerale.
Il 24 gennaio 2009 si replica per spalancare le porte al nuovo inciucio: il bavaglio sulle intercettazioni. Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, terrorizzato dalla possibile uscita di certe telefonate che minacciano di svelare il quarto segreto di Fatima (perché Mara Carfagna fa il ministro delle Pari opportunità e Mariastella Gelmini dell’Istruzione), annuncia in tv: «Sta per scoppiare uno scandalo enorme, il più grande della storia della Repubblica: c’è un signore che ha spiato trecentocinquantamila persone». Il signore in questione è Gioacchino Genchi che, come abbiamo appena ricordato, non ha mai intercettato nessuno in vita sua: riceve intercettazioni e tabulati disposti e acquisiti dai pubblici ministeri e dai giudici secondo la legge e li incrocia per leggerli e interpretarli al meglio. Incastrando colpevoli e scagionando innocenti.
Quella berlusconiana è un’altra patacca. Ma anche stavolta un’opposizione evanescente e disinformata (nel migliore dei casi) e una stampa sciatta e gregaria se la bevono d’un fiato, sparacchiando cifre a casaccio e accusando «lo spione» di ogni nequizia senza uno straccio di prova.
I politici, noti garantisti, emettono la loro unanime sentenza di condanna.
Maurizio Gasparri (Pdl): «Roba da Corte marziale». Francesco Rutelli (Pd): «Un caso molto rilevante per la libertà e la democrazia».
Fabrizio Cicchitto (Pdl): «Siamo di fronte a un inquietante Grande fratello». Lanfranco Tenaglia (Pd): «Vicenda grave». Italo Bocchino (Pdl): «Il più grande caso di spionaggio della storia repubblicana». Clemente Mastella (Udeur): «È un pericolo per la democrazia». Luciano Violante (Pd): «Intollerabile». Gaetano Quagliariello (Pdl): «Scenario inimmaginabile e preoccupante per la sicurezza dello Stato». Giuseppe Caldarola (ex Pd, commentatore de Il Riformista): «Spioni deviati spiano migliaia di cittadini, Parlamento e Governo». Luigi Zanda (Pd): «Tavaroli e Genchi, tante analogie» (infatti uno spiava illegalmente migliaia di persone per un’azienda privata, l’altro lavora legalmente per lo Stato). I giornali si scatenano. La Stampa e il Corriere: «Un italiano su dieci nell’archivio Genchi». Il Giornale: «Grande Orecchio, miniera d’oro». Libero: «L’intercettatore folle». Pierluigi Battista (Corriere della sera): «Lugubre monumento alla devastazione della privacy, nuvola potenzialmente ricattatoria».
Naturalmente è tutto falso: l’«archivio Genchi», almeno così come viene descritto, non esiste. Esistono invece montagne di dati che il consulente riceve dalle Procure che l’hanno nominato e che lui «incrocia» per espletare il suo mandato. Tutto lecito e alla luce del sole.
Ben altri sono gli archivi segreti e potenzialmente ricattatorii emersi nella recente storia d’Italia. Giulio Andreotti, senatore a vita, ammette di tenere un archivio segreto da una vita e fa sapere che «qualche mistero me lo porterò nella tomba». Eppure viene celebrato da tutti i politici, o forse proprio per questo. L’ex Presidente della Repubblica
Francesco Cossiga ogni tanto tira fuori una rivelazione o un’allusione sulla strategia della tensione anni Settanta-Ottanta, lasciando intendere di sapere molto di più. Eppure nessuno gliene chiede mai conto, o forse proprio per questo. Bettino Craxi, da Hammamet, distillava fax per fulminare questo o quel politico ostile («potrei ricordarmi qualcosa di lui…») e conservava dossier, «poker d’assi» e intercettazioni su colleghi e magistrati. Eppure la Casta lo beatifica ogni giorno, o forse proprio per questo. Nel 2005, in un ufficio di via Nazionale a Roma, fu rinvenuto l’archivio segreto di Pio Pompa, «analista» prediletto dell’allora comandante del Sismi Nicolò Pollari, con migliaia di dossier su cronisti, pm e politici sgraditi a Berlusconi, da «neutralizzare e disarticolare anche con azioni traumatiche». Pompa e Pollari sono imputati per quell’archivio illegale, eppure i governi di destra e sinistra li coprono, o forse proprio per questo. Giuliano Tavaroli, ex capo della «security» della Telecom di Marco Tronchetti Provera, è imputato per aver accumulato migliaia di dossier su giornalisti, politici e imprenditori spiati illegalmente. Eppure nessuno ne parla, o forse proprio per questo. Genchi lavora su intercettazioni e tabulati legalmente acquisiti da giudici in indagini su gravi reati. Eppure dicono che il delinquente è lui, o forse proprio per questo. Il problema in Italia non sono le intercettazioni illegali. Ma quelle legali.
Infatti Renato Farina, il giornalista al soldo del Sismi di Pollari e Pompa, nome in codice «agente Betulla», che ha patteggiato sei mesi al Tribunale di Milano per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar e dunque prontamente promosso deputato dal Popolo delle libertà, propone una commissione parlamentare d’inchiesta sul «caso Genchi». E il Comitato parlamentare di controllo sui servizi di sicurezza (Copasir) convoca Genchi a discolparsi. Per un’intera giornata, il consulente spiega ai parlamentari del comitato come funziona la sua attività perfettamente legale. Ma quelli o non capiscono, o fingono di non capire. Come dimostra la loro relazione finale, un’accozzaglia di corbellerie, fraintendimenti e assurdità. Si confondono i tabulati (numero chiamante e chiamato, orari e luoghi della chiamata) con le intercettazioni (contenuto della telefonata). Si insiste sulla baggianata dell’«archivio», mentre si tratta dei tabulati di un’indagine in pieno corso detenuti da Genchi per elaborarli su ordine di un pm. Si seguita a scambiare i tabulati acquisiti in Why Not (752) con i «tracciati» (decine di migliaia di chiamate in entrata e uscita, spesso fatte dagli stessi utenti). Si mena scandalo per tracciati e tabulati di «persone non indagate», quando anche un bambino sa che i non indagati possono essere pure intercettati, e comunque il tabulato di un indagato contiene i suoi contatti con una miriade di utenti sconosciuti se non per il numero di telefono. Si insiste con la fesseria del segreto di Stato, come se questo potesse coprire numeri di telefono. E come se il problema non fossero i rapporti fra servitori dello Stato e noti faccendieri indagati. Si chiede di affidare le consulenze «alle forze di polizia» e non a Genchi (che è un vicequestore di polizia), come se ogni giorno le Procure non si affidassero a centinaia di privati (docenti universitari, medici legali, periti balistici, psichiatri e così via). E non si spiega perché il metodo Genchi va benissimo quando porta all’ergastolo assassini e stragisti, ma non quando si occupa di colletti bianchi. Resta da capire se dietro ci sia ignoranza o malafede. E che cosa sia peggio.
Sta di fatto che, dopo l’ordine lanciato da Berlusconi e subito raccolto dal Copasir di Rutelli, si muove la sempre servizievole Procura di Roma. I procuratori aggiunti Achille Toro (le cui gesta, giudiziarie e telefoniche, sono ampiamente raccontate nel libro) e Nello Rossi si affrettano a indagare Genchi per una serie di presunti reati commessi nella consulenza Why Not: accesso abusivo a sistema informatico, violazione della legge sulla privacy e abuso d’ufficio per inosservanza delle prerogative dei parlamentari e del segreto di Stato (intanto altri pm della stessa Procura nominano lo stesso Genchi consulente su un caso di omicidio). E, non contenti, gli fanno perquisire gli uffici a Palermo dal Ros dei carabinieri, che gli sequestrano non soltanto gli atti dell’indagine catanzarese, ma l’intero server informatico contenente gli originali di tutte le altre consulenze a cui sta lavorando, comprese quelle commissionategli dalla stessa Procura di Roma, comprese quelle in cui sono coinvolti ufficiali del Ros. La classe politica, pressoché unanime, esulta: finalmente hanno smascherato il mostro. Gasparri, col consueto equilibrio, chiede ufficialmente l’arresto di Genchi.
Ora, anzitutto, non si vede che cosa c’entri la Procura di Roma, e cioè quale competenza territoriale possa accampare su eventuali reati commessi a Catanzaro o a Palermo. Oltre alle denunce dei magistrati di Catanzaro (quelli indagati dalla Procura di Salerno grazie anche al lavoro di Genchi), ci sono a carico del consulente una serie di contestazioni per fatti accaduti a Mazara del Vallo, dove Genchi assiste la Procura di Marsala nelle indagini sulla scomparsa della piccola Denise Pipitone. Anche di questi, sorprendentemente, si occupa la Procura di Roma. Ma veniamo alle accuse, che rasentano la fantascienza.
Accesso abusivo all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate: Genchi è accusato di aver usato la password fornitagli dal Comune di Mazara per le indagini su Denise anche per estrarre dati utili ad altre consulenze che aveva in corso per conto di altri uffici giudiziari. Ma di password d’accesso se ne può avere soltanto una alla volta, e comunque l’accesso con la password del Comune di Mazara non può essere abusivo perché autorizzato da vari pm.
Abuso d’ufficio per violazione dell’immunità parlamentare: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati telefonici «riconducibili a parlamentari» senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. Ma, per sapere che un telefono è riconducibile a Tizio o Caio, bisogna prima acquisirlo. E ad acquisirlo non è il consulente, ma il pm. E l’autorizzazione delle Camere è richiesta per usare i tabulati nel processo, non per acquisirli in fase di indagine. E comunque i tabulati in questione non erano riconducibili a parlamentari: quello di Mastella era intestato alla Camera e al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap); quello di Marco Minniti (Ds) faceva capo a un tizio di Treviso; quello di Beppe Pisanu (Pdl) a tale Stefania I.; quello del governatore calabrese Agazio Loiero non era neppure coperto da immunità perché Loiero non era parlamentare.
Abuso d’ufficio per violazione del segreto di Stato: Genchi è accusato di aver acquisito tabulati di agenti segreti e di essere così venuto a conoscenza di segreti di Stato. Ma i tabulati degli 007 non sono coperti da alcun segreto di Stato. E comunque, per sapere se un telefono appartiene a un agente segreto, bisogna prima acquisirlo e identificarne l’utilizzatore.
Violazione della privacy: non esiste alcuna privacy quando il soggetto intercettato o controllato nei suoi tabulati telefonici è oggetto di indagine giudiziaria.
Queste cose le sanno anche i bambini, ma per Genchi si voltano tutti dall’altra parte. Anzi, peggio. Dopo la perquisizione si mobilita il vertice della polizia di Stato. Per difendere il suo vicequestore attaccato da ogni parte? No, per sospenderlo dal servizio, con tanto di ritiro del tesserino e dell’arma di ordinanza. Motivo: ha rilasciato interviste per difendersi dalle calunnie e ha risposto su Facebook alle critiche di un giornalista, Gianluigi Nuzzi, all’epoca in forza a Panorama. Quella di Genchi viene definita nel provvedimento una «condotta lesiva per il prestigio delle istituzioni» che rende «la sua permanenza in servizio gravemente nociva per l’immagine della polizia». Firmato: il capo della polizia, Antonio Manganelli. Curioso provvedimento, se si pensa che Genchi, a parte le interviste e Facebook, è soltanto indagato.
Invece i poliziotti condannati in primo grado per aver massacrato di botte decine di no global al G8 di Genova 2001 sono rimasti tutti ai posti di combattimento e alcuni hanno addirittura fatto carriera (come racconta Massimo Calandri in Bolzaneto, la mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2009). Vincenzo Canterini, condannato a quattro anni in primo grado per le violenze alla scuola Diaz, è stato promosso questore e ufficiale di collegamento Interpol a Bucarest. Michelangelo Fournier, condannato a due anni in primo grado, è al vertice della Direzione centrale antidroga. Alessandro Perugini, celebre per aver preso a calci in faccia un quindicenne, condannato in primo grado a due anni e quattro mesi per le sevizie a Bolzaneto e a due anni e tre mesi per arresti illegali, è divenuto capo del personale alla Questura di Genova e poi dirigente in quella di Alessandria. Le loro condotte non erano «lesive per il prestigio delle istituzioni» e la loro permanenza non è «nociva per l’immagine della polizia»?
Contro la perquisizione e il sequestro, Genchi ricorre al Tribunale del Riesame attraverso il suo avvocato Fabio Repici. E il Riesame, sotto la presidenza del giudice Francesco Taurisano, annulla entrambi i decreti della Procura di Roma e ordina che gli vengano restituiti tutti i computer. Nella motivazione si legge che Genchi – il mostro che per Gasparri «merita l’arresto» – «ha agito correttamente» senza violare alcuna legge. Le accuse mossegli dai procuratori aggiunti Toro e Rossi – sostengono in pratica i giudici del Riesame – non stanno né in cielo né in terra. Genchi «non ha violato le guarentigie dei parlamentari interessati all’acquisizione dei tabulati» in quanto «agiva di volta in volta in forza del decreto autorizzatorio del pm de Magistris, comunicandogli ogni… coinvolgimento di membri del Parlamento intestatari delle utenze». L’accesso all’Anagrafe tributaria dell’Agenzia delle entrate «non ha arrecato nocumento» ad alcuno. Quanto ai tabulati di uomini dei servizi segreti, «non è dato comprendere il nocumento per la sicurezza dello Stato», ma soprattutto «il Tribunale non rinviene la norma di legge» che vieterebbe di acquisirli. Insomma «Genchi agì nell’esercizio delle sue funzioni di ausiliario del pm de Magistris». Di più: avrebbe commesso un reato non facendo ciò che ha fatto, visto che era suo dovere eseguire le disposizioni dei pm e dei giudici che l’avevano incaricato di studiare e incrociare i tabulati della discordia.
Ma, nonostante l’ordine del Riesame di restituirgli subito tutto il materiale sequestrato, la Procura di Roma gliene ridà indietro solo una parte, e ricorre in Cassazione. Qui il 25 e 26 giugno, i supremi giudici si producono in due sentenze contrastanti: una prima sentenza dichiara inammissibile il ricorso della Procura e conferma il dissequestro a proposito dei reati di accesso illegale a sistema informatico e di violazione della privacy; la seconda decisione accoglie solo in parte il ricorso contro il dissequestro a proposito del presunto abuso d’ufficio per violazione dell’immunità dei parlamentari.
È venuto il momento, cari lettori, di lasciarvi alla lettura di questo thriller-verità. Un thriller sconvolgente per vari motivi: spiega perché tanti potenti hanno paura del contenuto del cosiddetto «archivio Genchi»; che cosa aveva scoperto e stava per scoprire Luigi de Magistris, e dunque perché non doveva proseguire nelle sue indagini a Catanzaro sulla cosiddetta Nuova P2; perché chiunque gli abbia poi dato ragione doveva pagare, come lui, caro e salato; quali fili collegano i politici calabresi con i leader della politica nazionale e della parte più marcia della magistratura e della finanza nazionale, nonché della massoneria.
E poi magistrati in contatto con boss della ’ndrangheta, procuratori che vanno a pranzo con i loro indagati, giudici che vanno a braccetto con avvocati poco prima di scarcerare i loro assistiti, fughe di notizie pilotate per depistare e bloccare indagini o addirittura per favorire la fuga di ’ndranghetisti stragisti. E poi collegamenti, tanti, forse troppi per non impazzire: collegamenti insospettabili e inaspettati, come quelli che portano al delitto Fortugno e alla strage di Duisburg, ma anche all’affare Sme, al grande business miliardario delle licenze per i telefonini Umts, ai crac Cirio e Parmalat, alle scalate dei furbetti e dei furboni del quartierino all’Antonveneta, alla Bnl e al Corriere della sera, allo scandalo degli spionaggi e dei dossieraggi Telecom-Sismi. Vicende nelle quali, come fantasmi eternamente danzanti, ricicciano fuori personaggi già emersi nelle indagini di Genchi sulle stragi di Capaci e via d’Amelio, cioè sulla sanguinosa nascita della seconda Repubblica.
Personalmente, oltre ai capitoli su Catanzaro e sul clan Mastella, ho trovato agghiacciante quello sull’ex iscritto alla P2 Giancarlo Elia Valori, poi espulso per indegnità (sic) da Licio Gelli, e tutt’oggi gran collezionista di cariche pubbliche e private e di amicizie a destra come a sinistra, con incredibili entrature nei vertici della politica, della magistratura, della guardia di finanza, dei carabinieri, del Viminale, del salotto buono di Mediobanca ma anche di outsider come i furbetti delle scalate. Valori era il prossimo obiettivo di de Magistris, che fu fermato appena in tempo. I frenetici contatti telefonici di Valori con il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro (sempre lui), anche sui telefoni della moglie e del figlio del magistrato, ma anche con i vari Latorre, Minniti, Cossiga, Ricucci, Geronzi, Benetton, Caltagirone, Gavio, Rovati, con i generali Cretella, Adinolfi e Jannelli delle Fiamme gialle, ma anche con i centralini del Viminale, di Bankitalia e del Vaticano nei giorni cruciali dei processi e delle indagini su umts, Parmalat, Cirio e Unipol dovrebbero imporre l’immediato intervento del Csm. Il fatto che Toro, così amico di Valori, non abbia avuto il buon gusto di astenersi dalle indagini su Genchi, di cui non poteva ignorare i risultati, è davvero sconcertante; tanto più che il procuratore non solo è intimo di Valori e, secondo Genchi, ha un figlio nominato consulente del Ministero della Giustizia da Clemente Mastella; ma – sempre secondo gli incroci di Genchi – telefonava spesso al principale indagato delle inchieste di de Magistris: l’onorevole avvocato berlusconiano Giancarlo Pittelli, legale della Torno Internazionale di cui è presidente, indovinate un po’? Ma sì, lo stesso Giancarlo Elia Valori. Suggerisco a Montolli e a Genchi di fare omaggio de Il caso Genchi a tutti i consiglieri di Palazzo dei Marescialli.
Ammesso e non concesso che le notizie riportate nel libro giungano nuove a qualcuno di loro. E che il Csm non voglia continuare a essere, all’infinito, l’acronimo di Ciechi Sordi Muti.

09 dicembre 2009

Porta a Porta : Bruno Vespa assolve Dell'Utri


fonte: byoblu

LO STRANO CASO DEL DOTTOR ATTILIO MANCA.

Gianluca Manca from stefano roma1 on Vimeo.



La madre governa la rotta dello strazio col timone di un quieto coraggio. Tira fuori dai cassetti una marea di lettere d’affetto filiale e di ricordi. Soffia sul fuoco dolce della memoria che divampa e ricade, ridotto in cenere. Il padre era un professore di Lettere. Accarezza un cucciolo di minuscola taglia. Forse per antica deformazione professionale, l’ha battezzato Argo. Oppure c’è dell’altro. Il vecchio cane Argo, nell’Odissea, si alza con estremo sforzo sulle zampe per salutare Ulisse tornato a Itaca, dopo una vita d’attesa e di peripezie. Vede il suo padrone, abbaia e muore felice. Argo è la mitologia di una speranza assurda. È il santo protettore dei ricongiungimenti impossibili. Il punto finale di questa trinità amorevole sarebbe il figlio Attilio. Ma Attilio Manca, di professione urologo, è come il suo cognome. Non c’è. Si è suicidato, secondo la storia ufficialmente narrata fin qui. I suoi genitori, e non solo loro, la pensano diversamente.
Pensano che sia stato ucciso per essersi imbattuto, suo malgrado, nell’ombra di Binu e nei killer di Cosa nostra.
Le parole della madre, Angela, sono abbacinanti: “Lo Stato non vuole occuparsi di questo delitto, forse perché c’è di mezzo Provenzano, non c’è la volontà di scoprire la verità”. È il filo da tirare. La Procura di Viterbo ha riaperto le indagini. Uno scrittore della Barcellona spagnola è volato fino a Barcellona Pozzo di Gotto, la cittadina dei Manca. Joan Queralt ha scritto: “El enigma siciliano de Attilio Manca, verdad y justicia en la isla de Cosa nostra”. Presto sarà tradotto in italiano. Dopo l’oblio, grazie al libro, mille piccole luci si sono accese. Le penne nobili si mobilitano.
Alfio Caruso sulla Stampa: “Il cadavere giaceva riverso sul letto, seminudo, dentro una pozza di sangue, il setto nasale deviato, il corpo costellato di macchie ematiche, sul braccio sinistro i segni inequivocabili di due iniezioni. Era stata una richiesta dell’ospedale Belcolle di Viterbo a condurre la polizia, la mattina del 12 febbraio 2004, in quell’appartamento periferico, dove da alcuni anni abitava l’urologo trentaquattrenne Attilio Manca. Gli accertamenti della scientifica conclusero che si trattava di suicidio attraverso un cocktail micidiale di eroina e tranquillanti. Eppure niente nell’esistenza di Manca faceva prevedere l’intenzione di togliersi la vita: aveva già preso accordi per alcuni mesi di volontariato in Bolivia con ‘Medici senza frontiere’, cui avrebbe seguito uno stage d’aggiornamento presso un ospedale di Cleveland. Non sorprende, dunque, che la procura laziale abbia riaperto per la terza volta il caso ipotizzando che si possa trattare di un omicidio di mafia sul cui sfondo campeggia, addirittura, Bernardo Provenzano”.
Ci sono coincidenze che rendono l’ipotesi verosimile. Il dottor Attilio Manca era un fuoriclasse della sua professione.
Si era formato a Parigi. Operava i tumori alla prostata con una tecnica laparoscopica di recentissima generazione. L’attenzione degli inquirenti si è appuntata su un viaggio in Costa Azzurra, “per un consulto circa un paziente”, secondo la spiegazione fornita direttamente dal dottore a papà Gino. Nel 2003, all’inizio di novembre, si registra, secondo i familiari, un passaggio nei paraggi di Marsiglia. Da quelle parti c’era anche un certo signor Gaspare Troia, reduce da una delicata operazione alla prostata. Troia, l’altro cognome di Provenzano. Il mistero di Manca si sovrappone al mistero di Binu e della famosa degenza francese protetta da un falso nome. Uno, luminare di interventi alla prostata. L’altro ricoverato per un tumore alla prostata, infine operato. Stessi tempi. Stesso luogo. E Binu era stato latitante nel Messinese. Qui avrebbe potuto contattare e conoscere l’urologo, un medico da cui farsi assistere, un testimone da ridurre al silenzio eterno. La meccanica del suicidio non convince. Attilio Manca era mancino, ma avrebbe utilizzato il braccio destro per iniettarsi una sostanza letale in quello sinistro. “Per non parlare degli evidenti segni di colluttazione”, insiste la madre. Intorno, una serie di strani personaggi e di episodi singolari. C’è Ugo Manca, un cugino condannato in primo grado per traffico di droga. Una sua impronta è stata ritrovata nella casa di Viterbo, teatro del “suicidio”. C’è il presunto viaggio – chissà se mai compiuto davvero – di un pregiudicato, Angelo Porcino, che avrebbe tentato di conferire con lo specialista. “Cosa aveva da dirgli?”, si interroga Angela, la professoressa di matematica che non riesce a far quadrare i conti logici – non quelli emotivi, perché è impossibile – della fine del suo
primogenito.
I dubbi che hanno portato all’ennesima riapertura del caso sono stati sollevati dall’avvocato Fabio Repici. È lo stesso legale che segue la famiglia di Graziella Campagna, la stiratrice di Saponara assassinata per avere trovato in lavanderia, nella tasca di un indumento, un “pizzino” compromettente che conduceva a un noto latitante mafioso. Attilio e Graziella e un mostro in incognito di cui probabilmente non conoscevano l’identità. Un’entità che – in anni e contesti diversi – avrebbe divorato e sacrificato entrambi sull’altare di una “colpa” involontaria.
La casa dei Manca è dietro un lungo viale alberato a Barcellona. Il cane Argo corre nel giardinetto. L’ingresso è caldo e accogliente. Ci sono molti libri. E tante foto di Attilio. Angela Manca parla piano, però con decisione. Non vuole che si perda neanche una goccia delle sue denunce. “Sì, dobbiamo ringraziare Fabio Repici – spiega la signora – che è un avvocato valoroso. Nessuno, a parte lui, ha avuto rispetto per noi familiari, nessuno ci ha sostenuto. I politici sono stati indifferenti. Alcuni parenti ci hanno abbandonati, come per punirci della nostra legittima curiosità. Sa come si dice in Sicilia, no? Il morto è morto, bisogna pensare al vivo. Intanto, gli assassini sono in giro”. Le istantanee della vittima punteggiano gli scaffali del salotto. Altre riposano nei cassetti. Il tocco della mano della madre le risveglia, le toglie dalla penombra, le consegna alla benedizione della luce.
Attilio con la divisa da militare. Attilio che sorride. Che ha una patina di nostalgia tra occhi e labbra. Sdraiato, seduto, con gli amici, con le donne. In perenne compagnia di un alone di solitudine. “Mio figlio aveva un fondo di malinconia – racconta la madre -. Scriveva lettere e poesie. Era uno splendido campione del suo lavoro. Ha visitato un uomo politico oggi alla ribalta. Le rivelo chi è. Non lo scriva per discrezione. Eppure, nel momento della difficoltà, è rimasto
solo”. Gino e Argo ascoltano. Angela continua: “Qualcuno era sicuramente con lui, non è partito da solo per la Francia. Negli ultimi tempi Attilio era come inzuppato d’ansia. Aveva qualcosa. Secondo i colleghi non si comportava più nello stesso modo tranquillo di sempre. Forse ha visitato e riconosciuto Provenzano, forse hanno capito che aveva capito”.
È l’enigma che propone una raggiera di domande. Quando sarebbe scattato un eventuale riconoscimento? Quando il primo contatto? Quando la piena consapevolezza del pericolo? La verdad si nasconde. Sfugge tra le dita al padre e alla madre. È uno scherzo crudele, una moscacieca al buio. Cogli frammenti, mai l’insieme.
Gino e Angela hanno fiducia nella giustizia che verrà. Poca in quella che è già stata: “Qualcuno ha depistato. Non ci hanno nemmeno permesso di vedere il corpo di nostro figlio. Hanno detto che si era sfigurato cadendo, che non era il caso di soffrire, che dovevamo ricordarlo così come era”.
“Attilio – incalza la madre – mi ha telefonato prima di morire, l’11 febbraio. Voleva raccomandarmi di sistemare la sua vecchia moto in garage. L’abbiamo portata dal meccanico, non aveva problemi. Magari era un modo per metterci in guardia”. Domande. Poi, le fotografie, con le lettere. Il filo tenue della speranza appeso alle indagini. Angela sfoglia gli album dei ricordi: “Ho tanta rabbia dentro”.
Mentre la moglie racconta, papà Gino smozzica appena qualche parola. Quando lei si chiude in un silenzio sfinito, comincia lui. Accarezza il cane: “Mio figlio era un uomo un po’ solare e un po’ malinconico. Gli piaceva la vita, non si è suicidato. Gli piaceva fotografare. Guardi”. Oltre gli scatti per incorniciare l’assenza, c’è un cassetto che custodisce le immagini nate dall’obiettivo del dottore. Paesaggi, soprattutto.
“Guardi, era una delle sue preferite”, insiste il padre. Nell’orizzonte del rettangolo fotografico, c’è una distesa di neve a perdita d’occhio, senza traccia umana. Innocenza e solitudine. Questo c’era nel cuore di Attilio Manca. Questo c’era nel cuore di Ulisse.
Argo abbaia.

Roberto Puglisi
30.11.2009

La Musica è la più grande invenzione dell'essere Umano..



La musica...è l'unica arte che conferisca un senso alla parola assoluto. E' l'assoluto vissuto, vissuto però tramite un'immensa illusione, visto che si dissolve subito al ristabilirsi del silenzio. E' un assoluto effimero, un paradosso, insomma. Questa esperienza, per poter durare, deve essere rinnovata all'infinito, simile all'esperienza mistica, della quale, una volta ritornati alla quotidianità, non resta traccia.

Di notte la musica assume una dimensione straordinaria. L'estasi musicale eguaglia quella mistica. Si prova la sensazione di toccare un estremo, di non poter andare oltre. Non esiste né conta più nient'altro. Ci si trova immersi in un universo di purezza vertiginosa. La musica è il linguaggio della trascendenza. Il che spiega le complicità che crea tra gli esseri umani. Li immerge in un universo dove cadono le frontiere. E' un peccato che Proust, il quale ha analizzato molto la musica e i suoi effetti, ignori la sua capacità di trasportarti oltre la sensazione. D'altronde è significativo, a questo riguardo, che non abbia avuto dimestichezza con Schopenhauer e si sia attenuto a Bergson. Non va oltre la psicologia. (...) Gli faceva difetto la vera inquietudine metafisica. Le sue esperienze musicali sono sempre connesse con la sua storia personale. Non lo portano al di là della sua vita, della vita. Al mondo della musica si accede veramente solo quando si oltrepassa l'umano. La musica è un universo, estremamente reale seppure inafferrabile ed evanescente. Un individuo che non possa penetrarvi, perché insensibile alla sua magia, è privo della ragione stessa di esistere. Il supremo gli è inaccessibile. Comprendono la musica soltanto quelli a cui è indispensabile. La musica deve farti impazzire, altrimenti non è nulla.
Emil Cioran

08 dicembre 2009

Gli interessi convergenti del boss Bontate e del "milanesino sportivo"



Gli interessi convergenti di Bontate e Berlusconi

Berlusconi alla fine ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa anche lui: lo dicevano a Marcello, quello che dovevano chiedere lo chiedevano a Marcello, Marcello lo chiedeva a lui e lui faceva. Bontate ebbe una buonissima impressione e dice “ Cosa Nostra dobbiamo incominciare a farla ingrandire, un giorno cominciamo a combinare - cioè a affiliare alla mafia - gente fuori dalla Sicilia, perché ce ne sono tanti che discutono meglio dei siciliani”, vuole addirittura affiliare gente non siciliana alla mafia, gli sono piaciuti questi contatti con questo milanesino sportivo. Quello che accade subito dopo lo ricostruisce il Tribunale e dice che “ il racconto di Di Carlo è nitido, preciso e pienamente compatibile con il resto delle emergenze processuali”, quindi i riscontri ci sono.
“ Una volta usciti dagli uffici, Cinà si era rivolto a Teresi e a Bontate e, facendo riferimento alla persona che avrebbe potuto essere mandata a Arcore, fece il nome di Mangano Vittorio, conosciuto dallo stesso Di Carlo come un uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, in quegli anni aggregata al mandamento di Stefano Bontate”, in quel periodo Mangano era un uomo di Bontate. “ Di Carlo ha riferito che Cinà, rispondendo a una sua domanda.. dice, Di Carlo, “ mi ha detto (Cinà) che c’era Vittorio Mangano, ci avevano messo vicino a Berlusconi, non certamente come stalliere, non offendiamo il signor Mangano, perché Cosa Nostra non pulisce stalle a nessuno, non fa lo stalliere a nessuno, Cosa Nostra ha un potere enorme e allora hanno messo a abitare lì a Milano, trafficava nello stesso tempo e si faceva la figura che Berlusconi aveva qualcuno vicino di Costa Nostra e Stefano l’aveva vicino. Berlusconi aveva vicino Mangano e Stefano aveva vicino Berlusconi”. Di Carlo ha riferimento che in seguito, in relazione a quest’incontro milanese, Cinà gli aveva manifestato il suo imbarazzo, perché gli era stato detto di chiedere 100 milioni a Berlusconi. Intorno al 77 /78 - stiamo parlando di un periodo dove Mangano ormai non è più a Arcore, Mangano è a Arcore dal 74 al 76, poi se ne va a abitare in un albergo a Milano - Cinà aveva chiesto il suo interessamento (di Mangano), in quanto Dell’Utri si era nuovamente rivolto a lui per il problema relativo all’installazione delle antenne per la diffusione del segnale televisivo”, stavano riempiendo l’Italia di antenne per Canale Cinque. “ Anche in quel caso le somme corrisposte a Cosa Nostra erano a titolo di garanzia”.

Gioacchino Genchi: L'arresto di Nicchi e Fidanzati è una montatura!



Gioacchino Genchi: "I veri poliziotti che hanno fatto quella cattura si sono vergognati e se ne sono andati e mi hanno telefonato, mi hanno detto qui stanno facendo uno schifo, perchè hanno organizzato una messinscena davanti alla questura, portando le persone loro, con i pullmann, per organizzare quell'apparente solidarietà alla polizia. Ma vi rendete conto di cos'è l'Italia? Che livello di bassezza abbiamo toccato? Che livello di mistificazione?"
Cervignano del Friuli, 6 dicembre 2009.

BARCELLONA P.G. - IL RETROSCENA DELL’ARRESTO DI VITO FOTI: “Pizzo” da diecimila euro. I due estorsori incastrati da filmati e intercettazioni



















Sin dal suo arrivo a Messina, il procuratore capo Guido Lo Forte, aveva fatto riferimento a una scala di priorità nella lotta alla criminalità organizzata. E sia l’aggressione dei patrimoni illeciti, sia l’azione di contrasto al fenomeno dilagante delle estorsioni continuano a occupare i primi posti di questa graduatoria. Puntualizzazioni che Lo Forte ha voluto ribadire anche ieri nel corso della conferenza stampa in questura, dove sono stati illustrati i dettagli dell’operazione di polizia che a Milazzo ha portato all’arresto di due persone. Si tratta di Carmelo Vito Foti, 42 anni, ritenuto dalla Dda elemento di primissimo piano della mafia barcellonese e dell’incensurato Giuseppe Billa, anch’egli 42enne, dipendente dell’Ato2, cantiere di Milazzo, entrambi finiti in manette con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso (a Foti contestata pure la violazione della sorveglianza speciale) ai danni del titolare di due pescherie di Milazzo. Indagini particolarmente complesse come è stato riferito ieri (presenti anche i pm di Barcellona Michele Martorelli e della Dda di Messina Giuseppe Verzera che hanno richiesto la custodia in carcere, emessa dal gip Maria Teresa Arena) curate dagli agenti del commissariato di polizia di Milazzo diretto dalla dottoressa Marina D’Anna. Complesse, soprattutto perché non vi è stata alcuna collaborazione da parte dell’imprenditore (preoccupante circostanza che accomuna la maggior parte delle vittime), ma anche per la straordinaria prudenza con la quale si è mosso il pericoloso Carmelo Vito Foti (mai una telefonata sospetta; abilissimo nel mimetizzarsi) grazie anche alla collaborazione di Billa, il quale nella vicenda ha giocato il ruolo dell’insospettabile intermediario. Per arrivare a incastrarli, i poliziotti hanno dunque faticato non poco, fra appostamenti, filmati e intercettazioni. Impegno che lo stesso Procuratore capo ha voluto lodare esprimendo il suo personale apprezzamento. Secondo l’accusa, prima di giungere alla richiesta dei soldi l’organizzazione diretta da Carmelo Vito Foti in pratica si “presentava” con una bottiglia incendiaria e un proiettile. Ciò accadeva due volte, l’una di seguito all’altra, segnale che suggeriva al destinatario di rivolgersi all’estorsore che poi faceva la richiesta di pagamento. E così è stato (pare che la somma corrisposta a Foti si aggirasse intorno ai 10 mila euro). Carmelo Vito Foti già condannato nell’ambito del maxiprocesso “Mare Nostrum” (a suo tempo in primo grado scelse il rito abbreviato), era sottoposto attualmente alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza. Un contributo utile a quest’operazione è stato fornito anche da un’indagine collaterale dei carabinieri della Compagnia di Milazzo. «Tutti gli operatori economici del Messinese – ha spiegato Lo Forte – seppure con modalità differenti subiscono la violenza del racket. Un fenomeno troppo diffuso in città e soprattutto nella fascia tirrenica». Le indagini tuttavia stanno proseguendo a ritmo serrato e non si escludono ulteriori risvolti. I due arrestati, che saranno interrogati domani, sono assistiti dagli avvocati Bernardo Garofalo, Tommaso Calderone e Pinuccio Calabrò.
di Tito Cavaleri 2 dicembre 2009

07 dicembre 2009

Messina Denaro: ''Sentirete parlare di me''. Attorno al boss sempre più terra bruciata


di Rino Giacalone.
6 dicembre 2009


Due soggetti che discutono all’aperto in mezzo ai dei camion fermi all’interno dell’area di deposito di un centro commerciale Despar.
Stanno parlando rispettando un chiaro ordine («vietato» parlare dentro le auto o in ambienti chiusi, se bisogna parlarsi va fatto all’aperto) impartito loro dal loro «capo» il latitante Matteo Messina Denaro, 47 anni, nativo di Castelvetrano, Valle del Belice, erede del «padrino» don Ciccio Messina Denaro, «campiere» dei terreni belicini dei D’Alì, e morto nel 1998. Matteo è cresciuto nella «culla» di potenti famiglie della borghesia trapanese ed è al vertice delle 17 «famiglie» mafiose trapanesi suddivisi nei 4 mandamenti di sempre, Alcamo, Trapani, Mazara e Castelvetrano. Le immagini di quell’incontro, tra il cognato del super boss, il palermitano Filippo Guttadauro (marito di una figlia di don Ciccio, ora arrestato, era il numero 121 nei «pizzini» trovati a Binnu Provenzano) e il «re» dei supermercati Despar Giuseppe Grigoli, sotto processo per mafia a Marsala, sono tra le tanti «catturate» dagli investigatori che danno la «caccia» a Messina Denaro e che hanno visto più sospettati comportarsi in questa maniera. L’«ordine» ad essere cauti è antico, in un «pizzino» che risale a 10 anni addietro, oltre che raccomandarne la distruzione dello scritto, Messina Denaro si preoccupava di dare istruzioni, «togliere le batterie degli orologi, dei cellulari» per esempio.
Un escamotage che funziona, per ora, ma la «forza» della mafia trapanese è desumibile anche da un’altra vicenda. Una storia che racconta come a Trapani senza il consenso della mafia è difficile riuscire a fare qualcosa. In uno dei «pizzini» trovati Messina Denaro pianificava come realizzare una stazione di servizio sull’A29, sulla Palermo-Mazara, un moderno autogrill all’altezza dell’area di Costa Gaia di Alcamo. Il «pizzino» scoperto ha fatto saltare l’«affare», e dell’autogrill che pare fosse davvero nei progetti Anas non si parla più.
Matteo Messina Denaro si nasconde dietro queste realtà, comanda la «supercosa», la «nuova» Cosa Nostra, una organizzazione mafiosa «segreta» dentro l’organizzazione principale, dove ci sono gli imprenditori, l’«area grigia», e affianco a questa quella della «manovalanza», quella dei delitti e delle stragi.
I «pizzini» di Matteo sono quelli che fanno gelare il sangue, scrive di essere un perseguitato, citando un libro di Pennac: «… Io non andrò mai via di mia volontà, ho un codice d'onore da rispettare. Lo devo a papà e lo devo ai miei principi, lo devo a tanti amici che sono rinchiusi e che hanno ancora bisogno, lo devo a me stesso per tutto quello in cui ho creduto e per tutto quello che sono stato. Ad onore del vero se avessi voluto già me ne sarei andato da tempo, ne avevo la possibilità, solo che non ho mai tenuto in considerazione quest'ipotesi perché non fa parte di me ciò; io starò nella mia terra fino a quando il destino lo vorrà e sarò sempre disponibile per i miei amici, è il mio modo tacito di dire a loro che non hanno sbagliato a credere in me. …».
Ad una certa.
scriveva: «Devo andare via, non posso spiegarti le ragioni della mia scelta. In questo momento le cose depongono contro di me, sto combattendo per una causa che non può essere capita. Ma un giorno si saprà chi stava dalla parte della ragione».
Parla quasi da politico: «Quando uno stato ricorre alle torture per vendetta, quando porta alla delazione gli esseri più deboli, mi dica che stato è, uno stato che fonda la sua giustizia sulla delazione che stato è, di certo le delazioni hanno fatto fare carriera a certi singoli ma come istituzione lo stato ha fallito. Hanno istituito il 41 bis (carcere duro ndr), che mettano anche l'82 quater, tanto ci saranno sempre uomini che non svenderanno la propria dignità». Scrittore quasi filosofo Messina Denaro: «Non ha nulla di civile questo paese fino a quando certe verità non verranno a galla, la storia la scrive che vince e loro hanno vinto, c'è solo da prendere atto della sconfitta restando nella propria dignità, la sconfitta semmai ci forgia come veri uomini».
Cos'è oggi la mafia trapanese? Qui Cosa nostra ha chiuso il cerchio e completato la fase di intromissione nel tessuto sociale ed imprenditoriale. A Trapani ha preso piede il predominio di quel livello mafioso «dove non ci sono per forza "punciuti", ma soggetti comunque in grado di gestire grandi risorse».
L'arresto del boss mafioso emergente Giovanni Nicchi, «renderà adesso più cauto» Matteo Messina Denaro, ne è convinto il questore di Trapani, Giuseppe Gualtieri, che l'11 aprile del 2006 era a capo della Squadra mobile di Palermo, quando fu arrestato Provenzano nelle campagne di Corleone. È lui, insieme con il capo della Squadra mobile di Trapani, Giuseppe Linares, a guidare gli uomini che sono sulle tracce del boss di Castelvetrano, nel trapanese. «Messina Denaro – ha spiegato Gualtieri – sa perfettamente che, dopo l'arresto di ieri, è l'ultimo bersaglio da cercare. Quindi starà ancora più attento. Noi stiamo lavorando molto seriamente, come abbiamo sempre fatto - ha detto il questore Gualtieri - Abbiamo molta fiducia in un esito positivo di questa indagine».
fonte: Antimafia2000

06 dicembre 2009

Cemento, Mafia, Calcestruzzi (SPA) e Ponte sullo Stretto un felice matrimonio 1^Parte

























Enormi interessi che ruotano intorno al Ponte sullo stretto sono:
dal "movimento terra", alle forniture di acciaio, dalla progettazione alla fornitura di cemento.
Dietro tutto ci sono grandi società, come l'Impregilo consulente Castelli ex ministro del Governo Berlusconi; quella dello smaltimento rifiuti a Napoli , ed anche la Calcestruzzi SPA oggi sotto inchiesta per l'accusa di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizie di beni, è finito in manette l'amministratore delegato della Calcestruzzi spa, Mario Colombini, 62 anni. A Colmbini viene contestata l'aggravante di avere agevolato l'attività di Cosa nostra.
Organizzazioni criminali, grandi holding finanziarie e società di costruzioni guardano con sempre maggiore attenzione alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, una delle opere più devastanti rilanciate dal governo Berlusconi. Come si stanno preparando i poteri forti di Calabria e Sicilia al grande appuntamento del Ponte? Potranno essere gli appalti l'occasione per un nuovo patto politico-economico-militare tra le mafie e la borghesia locale e nazionale?
E chi sono realmente gli Uomini del Partito del Ponte?

Mani criminali sull’affare del Ponte
“La DIA – si legge - è preoccupata dalla grande attenzione della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra per il progetto relativo alla realizzazione del ponte sullo Stretto”. “Appare chiaro – aggiunge la Direzione Investigativa Antimafia – che si tratta di interessi tali da giustificare uno sforzo inteso a sottrarre il più possibile l’area della provincia di Messina all’attenzione degli organismi giudiziari ed investigativi”
La DIA torna sull’argomento con una più approfondita valutazione, nella sua seconda relazione semestrale per l’anno 2000. Soffermandosi sulla ristrutturazione territoriale dei poteri criminali in Calabria e in Sicilia, il rapporto segnala come le ultime indagini hanno evidenziato che “le famiglie di vertice della ‘ndrangheta si sarebbero già da tempo attivate per addivenire ad una composizione degli opposti interessi che, superando le tradizionali rivalità, consenta di poter aggredire con maggiore efficacia le enormi capacità di spesa di cui le amministrazioni calabresi usufruiranno nel corso dei prossimi anni”. Nel mirino delle cosche, secondo la DIA, innanzi tutto i progetti di sviluppo da finanziare con i contributi comunitari previsti dal piano “Agenda 2000“ per le ‘aree depresse’ del Mezzogiorno, stimati per la sola provincia di Reggio Calabria in oltre cinque miliardi di euro nel periodo 2000-2006. “Altro terreno fertile ai fini della realizzazione di infiltrazioni mafiose nell’economia legale – aggiunge il rapporto della DIA - è rappresentato dal progetto di realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, al quale sembrerebbero interessate sia le cosche siciliane che calabresi. Sul punto è possibile ipotizzare l’esistenza di intese fra Cosa nostra e ‘ndrangheta ai fini di una più efficace divisione dei potenziali profitti”.
A prova del patto comune tra le due organizzazioni criminali per la cogestione dei flussi finanziari previsti per la megainfrastruttura, gli investigatori segnalano in particolare i “collegamenti” emersi in ambito giudiziario nella gestione dei grandi traffici di stupefacenti, tra malavitosi gravitanti nell’area catanese e personaggi di spicco della ‘ndrangheta appartenenti al clan Morabito di Africo Nuovo. L’asse strategico tra questi potentissimi gruppi criminali ed il loro sofisticato modus operandi è stato evidenziato dalle indagini sull’infiltrazione mafiosa nella realizzazione dei grandi appalti pubblici nella provincia di Messina, e in particolare nella gestione di attività illecite nella locale Università degli Studi
“Le prospettive di guadagno che ne deriveranno non potranno non interessare le principali famiglie mafiose operanti in Calabria. Inoltre l’entità degli interessi per la costruzione del Ponte e la particolarità dell’opera, sono tali da far ritenere possibile un’intesa tra le famiglie reggine e Cosa Nostra, in vista di una gestione non conflittuale delle opportunità di profitto che ne deriveranno”.
Secondo la DIA, Cosa Nostra avrebbe ripristinato un elevato grado di controllo sull’imprenditoria, specialmente quella del settore edile, intercettando sia gli investimenti pubblici sia quelli privati, “vuoi mediante l’estorsione pura e semplice, vuoi con la partecipazione diretta ai lavori”.
."Già fra la richiesta "ambientale" e i subappalti, la mafia si appropria del 25 per cento dei soldi pubblici che arrivano in Calabria"
Nel mirino delle cosche ci sarebbero anche i quasi mille miliardi relativi al cosiddetto ‘Decreto Reggio Calabria’, i finanziamenti del Piano Urban per la riqualificazione del centro urbano e quelli relativi alla costruzione di nuovi pontili per il collegamento marittimo Reggio-Messina.
Spesso le strategie di infiltrazione sono state realizzate stringendo rapporti di collusione con le imprese titolari degli appalti” e instaurando “rapporti di scambio reciprocamente vantaggiosi con il mondo della politica e dell’imprenditoria”
Si ritiene infine plausibile un vero e proprio “accordo di cartello” tra i vertici delle cosche di ambedue le regioni: alle stesse conclusioni, come abbiamo visto, sono giunti gli investigatori della Direzione Nazionale Antimafia.
La mafia calabrese, è in grado ormai di poter agire con imprese e società che, in vario modo, “sono da essa controllate e che, assumendo forme del tutto legali, sono in grado di utilizzare tutti gli strumenti tecnico-giuridici idonei a rendere “invisibile” la presenza mafiosa”
Basta pensare al grado di condizionamento esercitato dalla ‘ndrangheta durante i lavori di costruzione della megacentrale a carbone, ancora una volta a Gioia Tauro. “Non c‘era più soltanto il classico inserimento delle ‘ndrine nei lavori di sub appalto – scrive lo storico Enzo Ciconte – ma c’era l’individuazione dell’impresa a “partecipazione mafiosa” la cui caratteristica essenziale era di “far capo, comunque al mafioso, ma gestita da un insospettabile prestanome. Inoltre, c’era anche il consorzio d’imprese che univa insieme imprese mafiose e imprese non mafiose, e c’era la complicità degli organi istituzionali dell’ENEL
Molto dipenderà comunque da come saranno articolati, lottizzati e appaltati i lavori stessi”
Esiste realmente questa divisione di competenza tecnologica tra la grande impresa ‘legale’ e l’impresa in mano ai boss? E non è forse vero che attraverso l’investimento in borsa di quantità inimmaginabili di denaro sporco, le organizzazioni criminali siano entrate in possesso di cospicui pacchetti azionari delle maggiori imprese ‘tecnologizzate’ così da divenire esse stesse imprese mafiose o a capitale mafioso?
E’ nei settori più tradizionali dell’intervento criminale nei lavori pubblici (movimenti terra, trasporti, forniture di materiali inerti e calcestruzzi), in cui è più facile glissare normative e certificazioni antimafia, che secondo i ricercatori di Torino è possibile un “maggior grado di permeabilità all’azione di gruppi criminali”.
“Da dove verrà tutto il cemento necessario a costruire il ponte?”,
si domanda il sociologo Osvaldo Pieroni, autore di un eccellente volume che analizza i limiti dell’infrastruttura. “E chi gestisce in quest’area il mercato delle attività estrattive, del cemento, delle costruzioni e degli appalti?”. E’ lo stesso Pieroni a fare un lungo elenco di famiglie storiche della ‘ndrangheta reggina: i Mammoliti, i Mazzaferro e i Piromalli di Gioia Tauro, gli Iamonte di Melito Porto Salvo, i Barreca di Pellaro, i Pesce e i Pisano di Taurianova, i Serraino, i Viola e gli Zagari di Roccaforte del Greco, i Fazzolari e gli Albanesi di Molochio (25). I nomi sono gli stessi di quelli segnalati dai più recenti rapporti della Direzione nazionale Investigativa Antimafia, accanto ai clan Mancuso e Morabito, di cui si denuncia l’enorme pericolosità “in virtù dei già percorribili segnali di infiltrazione nel tessuto imprenditoriale legale”, capace di “condizionare le procedure di gare d’appalto”.
“i mafiosi cercheranno con molta probabilità di inserirsi nelle fasi di installazione e organizzazione dei cantieri, e successivamente anche nella gestione dei loro canali di approvvigionamento. E’ dunque ipotizzabile il tentativo di controllare il rifornimento idrico e quello di carburante, la manutenzione di macchine e impianti e la relativa fornitura di pezzi di ricambio, il trasporto di merci e persone”. continua...
fonte: noponte.it

No B-Day! Mi telefona mia mamma: siamo un milione!


fonte video: gennargiu

No B-Day! Mi telefona mia mamma: siamo un milione!

Ed erano solo le 11 di mattina. Io stavo andando a fare lezione in palestra (qualcuno deve lavorare in famiglia). Lei e il mio papà là in mezzo a quella bolgia di estremisti. E sicuramente saranno loro tra i peggiori aizzatori di casini che se scoppia il caos salgono sul tetto di un'auto e si mettono a sbraitare. Cioè mio padre non si rende conto del pericolo, lui può avere davanti anche le orde dell'inferno, non gliene frega niente, va lì e gli fa tutto Mistero Buffo. E mamma è anche peggio. A Genova nel 2001 era in mezzo alle prime file dei pacifisti, lei, Alex Zanotelli e quel teppista di Don Gallo. Mia madre frequenta sempre i peggiori. Ed è inutile farle prediche... Da quell'orecchio non ci sente.E' da quarant'anni che mi fa diventare matto. Promette che si comporterà in modo responsabile ma poi me la trovo in mezzo a quelli di Potere Operaio che lanciano le bottiglie molotov (era il 1973). Ma si può essere in pensiero per due genitori scalmanati che non sai mai in che guai si vanno a mettere?

Silvio! PIANTALA! Ti rendi conto quanti italiani sono in pensiero per i loro genitori che vanno a fare i cortei contro di te? Vergognati, Silvio. Sii uomo, fatti processare!

Berlusconi peggio di Mussolini..!


fonte video:gennargiu



Intervento di Paolo Sylos Labini a difesa della legalità e della democrazia. Un appello sempre attuale come dimostra la testimonianza di Salvatore Borsellino a Roma il 5 dicembre 2009.


Don Luigi Ciotti- I beni confiscati sono cosa nostra



“portiamo anche noi un segnale chiaro e forte al Paese che noi ci siamo e che vogliamo che tutti questi beni ritornino a essere della collettività”. Vorrei dire che questi beni non possono essere Cosa Loro, ma devono essere veramente Cosa Nostra, cosa di tutti noi."
(Don Luigi Ciotti)

05 dicembre 2009

Gérard Foucaux, un mimo francese in Sicilia



di Pier Paolo Zampieri
Esistono personaggi, uomini, artisti che non ottengono riconoscimenti ufficiali, vivono ai margini, muoiono in solitudine. Sono quasi sempre destinati ad essere dimenticati, nonostante durante la loro esistenza abbiano segnato la vita di una comunità. Gérard Foucaux nasce in Normandia, studia mimo a Parigi al circo di Annie Fratellini, va in Germania e quindi in Sicilia, a Messina. Una storia come quelle cantate da De André, anomala, da ricordare.

Is he alive? He`s more than alive! (Danny Boyle, The Millionaire)

Cerimonia originale, strano tipo di festa, la folla ci guardava, gli occhi fuori dalla testa... (Fabrizio De André)

La morte è la curva della strada,morire è solo non essere visto (Fernando Pessoa)

Gérard, da mimo, aveva lasciato memoria solo negli occhi del suo pubblico. I suoi funerali sono stati a dir poco strani: uno “spettacolo” spontaneo, bolle di sapone, fisarmoniche. Degno epilogo della vita coerente di un uomo che rimane sé stesso mentre il mondo gli cambia intorno.
Il rigore e la leggerezza di un personaggio fuori dall’ordinario, trarre insegnamenti dalla sua vicenda, lasciare memoria della sua figura.
La vicenda di Gérard è anche una metafora importante: un’esistenza anomala, lontana dal perbenismo. Una vita che starebbe bene in una ballata di Brassens, in una canzone di De Andrè. Un’esistenza nobilitata dal contrasto col grigiore della città senza arte, senza colori, “nemica” dei bambini.
Gérard è il sopravvissuto di una generazione sconfitta, che vede ribaltare i suoi valori nel giro di un paio di decenni: l`arte non mercificata diventa inutile, la marginalità sinonimo di pericolosità; essere diversi un disvalore, improduttivi un peccato capitale.
In questi anni segnati dal lugubre ritorno delle “ideologie della normalità”, con tanto di ronde, delirio securitario, paura della diversità, revival di idee squisitamente naziste è molto utile il ricordo e l’esempio di personaggi considerati marginali, la cui diversità diventa calore per una comunità intera. Tutt’altro che un pericolo.

03 dicembre 2009

Pizzo Spa



Il fenomeno dell'estorsione continua a rappresentare la vera e propria "tassa della mafia", che assicura lo stipendio agli uomini dei clan, ai carcerati ed alle loro famiglie. Una intervista ad un ex esattore del potentissimo clan catanese di Nitto Santapaola, che svela particolari sulle dinamiche del racket: dal computo della rata alla modalità di scelta dell'"amico buono", dagli ordinari fenomeni di collusione commercianti-mafiosi alla triste realtà che vede molti nuovi imprenditori cercare essi stessi i mafiosi per "la messa in regola".

“Quando piove mi affido alla provvidenza”: parole del sindaco di Messina, onorevole Buzzanca















di Gianni Lannes

Il sindaco Giuseppe Buzzanca, rieletto nonostante due gravi condanne penali sul groppone spera nel bel tempo. Se gli chiedono perché si è consentito di costruire perfino dentro i torrenti, risponde serafico: “Tranne qualche baracca, non credo che vi siano insediamenti abitativi di una certa consistenza”. Smentendo così perfino la rivista del Comune, che ha ospitato il parere di un gruppo di geologi, che hanno lanciato l’allarme con largo anticipo. Una delle cause determinanti del dissesto idrogeologico – si legge – è l’insediamento abitativo e la costruzione di manufatti all’interno degli alvei”. Tutto documentato da numerose foto. “Diciamolo chiaramente – ammette il primo cittadino – la città chiusa fra le montagne e il mare doveva pure espandersi. In caso di pioggia io mi affido sempre alla provvidenza”. In ogni caso aggiunge “abbiamo presentato alla Protezione civile una serie di progetti che purtroppo non sono stati finanziati a dovere”. Il professor Salvatore Tignino, agronomo, studioso del sistema agricolo-forestale del territorio peloritano, è uno dei rarissimi messinesi che da tanti anni denuncia inascoltato e deriso, gli scempi ambientali che vengono perpetrati in quella zona. Ci accompagna lungo alcuni torrenti. “In questa città – attesta l’esperto – si è sempre alla ricerca di superfici da edificare alla cieca. La responsabilità principale è del Comune, che ha assegnato in maniera indiscriminata le aree, soprattutto alle cooperative edilizie. Quando morirono quattro persone nel ’98, in trenta minuti caddero 45 millimetri di acqua. Circa 60 milioni di litri, dal bacino, si precipitarono con violenza verso la valle. Due anni prima c’era stata un’alluvione, per fortuna senza conseguenze mortali. Da allora non si è fatto assolutamente nulla. Nei bacini non è stata realizzata una sola opera idraulica, a monte non è stato avviato il necessario rimboschimento”. Si sale verso la montagna. “Il fatto paradossale – seguita Tignino – è che perfino il Comune in questi anni ha asfaltato i torrenti. La facoltà di Veterinaria è stata realizzata a pochi metri da un corso d’acqua. Una scuola è stata costruita sotto il livello del torrente: quando piove puntualmente si allaga”. Arriviamo a Portella Arena. Da quassù si domina una veduta straordinaria: lo Stretto, la Calabria, i colli San Rizzo. Lì sorge il bacino dove alcuni anni fa l’amministrazione municipale decise di realizzare l’ennesima discarica. “Una vergogna” – afferma l’esperto – A Messina le discariche vengono approntate nei luoghi più incontaminati e belli. Portella Arena, tra l’altro, non è adatta per ospitare una struttura del genere: sia perché vi confluiscono diversi corsi d’acqua, sia perché il terreno non è impermeabile. Nel messinese esistono superfici argillose che vengono accuratamente scartate perché appartengono alla Provincia. Chissà perché le discariche devono solo sorgere su terreni privati”. E soprattutto nei torrenti. Quali sono i rimedi? A parte il rimboschimento e la riqualificazione dei corsi d’acqua, la soluzione più urgente, secondo l’ingegner Sergio Sciacca è “la demolizione delle migliaia di costruzioni realizzate all’interno dei torrenti”. Ma per il sindaco, dentro i torrenti, non ci sono abitazioni, al massimo qualche baracca. Soverato è la punta, Messina l’iceberg. Gigantesco, visibile, eppure sommerso dai silenzi, dalle omertà, dalle complicità istituzionali. Un iceberg che potrebbe causare sciagure ben peggiori di quella appena consumata. “L’ultimo segnale è arrivato ora con una dozzina di morti sbotta Giovanni d’Arrigo, assistente sociale da una vita - Ma questo potrebbe essere solo l’inizio. Già prima bastavano poche gocce di pioggia perché molti venissero assaliti dal panico”. Qui, non c’è come a Soverato, un campeggio realizzato illegalmente sulla sponda di un fiume, ma una metà della città. Costruita a ridosso o addirittura in numerosi casi all’interno di 51 torrenti asciutti gran parte dell’anno, larghi in media una trentina di metri, che dai monti Peloritani attraversano il capoluogo e si perdono a mare. Cinquantuno torrenti che al primo nubifragio si gonfiano a travolgono tutto: palazzi, case, scuole, facoltà universitarie, campi di calcio, palestre, parcheggi, baraccopoli, discariche di rifiuti, rifugi per cani da combattimento, tralicci dell’alta tensione, cabine dell’Enel, sono stati costruiti proprio lì, in spregio a vincoli idraulici e idrogeologici esistenti da un secolo, e ai rigorosi divieti della legge Galasso, che dal 1985 impone l’assoluta inedificabilità entro 150 metri dai corsi d’acqua. “Alcuni anni fa stavano costruendo perfino una chiesa – rivela D’Arrigo – I lavori vennero interrotti per le motivate proteste degli ecologisti”. In certi punti, i muri di contenimento sono stati sfondati per facilitare l’ingresso nelle abitazioni. I risultati di questa folle corsa al cemento sono sotto gli occhi di tutti: basta un temporale di modeste dimensioni, non necessariamente un nubifragio perché in città si verifichino inondazioni, smottamenti, frane. I precedenti. La sera del 27 settembre del 1998, ad esempio, accade quello che si temeva. A Messina piove a dirotto. Nino, Maria e Angela Carità, per raggiungere la loro casa posta in prossimità del torrente Annunziata, attraversano con l’automobile la stradina ricavata all’interno dell’alveo. Pochi metri e improvvisamente vengono sommersi da una valanga di acqua e di fango. Li ritrovano il giorno dopo, Angela a valle, sotto un cumulo di terra, Maria a mare; Nino a largo di Giardini Naxos, a 60 chilometri dal capoluogo. In un’altra parte della città, la stessa sorte tocca all’extracomunitario dello Sri Lanka, Simone Fernando, travolto dalla furia del torrente Pace e da una montagna di spazzatura proveniente dalla discarica comunale di Portella Arena. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. Soltanto dopo questa tragedia la magistratura apre un’inchiesta che non approderà a nulla. Non sulle responsabilità amministrative che hanno determinato un guasto ambientale di proporzioni gigantesche, ma semplicemente sulle cause connesse alla dinamica della tragedia. Nel caso della famiglia Carità, è stata la rottura della ringhiera di ferro – installata abusivamente dentro il torrente – a determinare la sciagura. Nel secondo caso, è stata la discarica comunale di Portella Arena – realizzata in un bacino naturale più a monte – a causare la morte dell’immigrato. Responsabili? Ignoti, come sempre.

Adolfo Parmaliana, Il suicidio di un democratico tradito dalla politica


a cura di Alfio Caruso

Adolfo Parmaliana adorava la famiglia, la Juve, Berlinguer, l’idrogeno, il risotto di mare, gli studenti, Benigni. Voleva una vita d’impegno, di battaglie, di polemiche, di arrivi in salita. A poco più di cinquant’anni Adolfo Parmaliana si è dimesso dalla vita dopo essersi dimesso dall’essere prima italiano e poi siciliano. L’ottobre di un anno addietro si è lanciato dal viadotto di Patti Marina lasciando dietro di sé una terribile lettera d’accusa e lo sgomento dei tanti increduli che a compiere un simile atto fosse stato il cantore della gioia di vivere. E anche se in questa storia ufficialmente non esistono colpevoli, il suicidio del professore di Chimica industriale, molto più apprezzato e amato all’estero che nella sua terra, pesa peggio di un omicidio sulle coscienze di coloro che l’hanno perseguitato. Ma costoro ce l’hanno una coscienza?
Adolfo Parmaliana credeva nell’onestà dei siciliani, credeva che gli amministratori pubblici avessero quale scopo primario il benessere dei cittadini, credeva che i magistrati e i giudici vincessero il concorso per contrastare il Male e far trionfare il Bene. Adolfo Parmaliana credeva che fosse importante combattere per le proprie idee. Nel messaggio d’addio ha scritto: “Ho trascorso trent’anni bellissimi dentro l’università innamorato ed entusiasta della mia attività di docente universitario e di ricercatore. I progetti di ricerca, la ricerca del nuovo, erano la mia vita. Quanti giovani studenti ho condotto alla laurea. Quanti ricordi. Ora un clan mi ha voluto togliere le cose più belle: la felicità, la gioia di vivere, la mia famiglia, la voglia di fare, la forza per guardare avanti. Mi sento un uomo finito, distrutto”.
Il clan che l’ha chiuso nell’angolo, che l’ha condotto alla disperazione non è un clan mafioso. E’ peggio. E’ il Pus, il Partito unico siciliano, in grado di amalgamare gli interessi più disparati dalla destra alla sinistra. Lo compongono i cinquanta cognomi e i dieci nomi, che attraverso i secoli hanno sempre mirato al tornaconto personale, agghindato da nobili propositi. Per raggiungerlo hanno baciato ogni culo disponibile, hanno tradito ogni causa, hanno calpestato ogni ideale. Il Pus vince sempre. Sotto le ali della massoneria e della mafia mette insieme e amalgama politici all’apparenza inappuntabili, imprenditori arricchitisi con le concessioni statali e regionali, giudici e magistrati addobbati da sacerdoti del Diritto, eleganti amministratori delegati di banche. I nemici definivano Parmaliana un pericoloso eversore, ma lui si faceva fotografare con il libro di Alberoni tra le mani, lui per trent’anni si è presentato ogni giorno all’università in giacca e cravatta. Parmaliana era un borghese imbottito di belle letture e di preziosi insegnamenti. Si era acceso prima per il Pci, poi per il Pds, infine per i Ds. Quando è nato il Pd se n’è andato in punta di piedi, stanco di esser ignorato, deriso, umiliato. Le sue lettere a Fassino, a Veltroni mai hanno ricevuto una risposta. I settori della sinistra siciliana l’hanno avversato come mai si sono sognati di fare con Cuffaro e con Lombardo . Nel suo studio ha, però, continuato a campeggiare la gigantografia di Enrico Berlinguer. A rovinare Parmaliana è stato lo scioglimento per infiltrazioni mafiose della giunta del suo comune, Terme Vigliatore, a uno sputo da Barcellona Pozzo di Gotto, non a caso definita la Corleone del nuovo millennio, zeppa di logge ufficiali e coperte. Il provvedimento assunto da Ciampi e Pisanu nel dicembre 2005 fu la conseguenza delle decine di denunce formulate negli anni da Parmaliana. Gliel’hanno giurata. Nel grottesco silenzio delle Procure l’unico a rimediare una denuncia è stato Parmaliana, imputato di aver diffamato il vicesindaco di Terme mandato a casa assieme agli altri da Ciampi e Pisanu.
Ecco, allora, il tremendo atto d’accusa di Parmaliana: “La magistratura barcellonese-messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi; mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario… Hanno deciso di schiacciarmi, di annientarmi”. E attualmente i tre personaggi più rappresentativi di Messina sono di Barcellona e tutti e tre iscritti alla stessa associazione, Corda Fratres: il sindaco Peppino Buzzanca, il procuratore generale Franco Cassata, il vicepresidente del Senato Domenico Nania.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 18 novembre 2009

02 dicembre 2009

Scarpinato: ''Cosa Nostra alle corde? Favola di regime''




Bologna. "Se non ci emancipiamo da questa favoletta di regime secondo la quale la mafia è alle corde, perché la mafia è solo Provenzano e Riina e se non capiamo che la mafia si combatte sì sul fronte giudiziario, ma che la battaglia si vince o si perde sul fronte dei rapporti tra mafia e politica, bene, noi tra 20 anni ci troveremo qua a chiederci perché ancora si paga il pizzo".

E' la parte finale di una lunga e desolata relazione del procuratore aggiunto di Palermo Roberto Scarpinato a Politicamente Scorretto, la manifestazione di Casalecchio di Reno voluta dallo scrittore Carlo Lucarelli.

Scarpinato, in un dibattito che sul palco ha visto tra gli altri anche la vedova di Libero Grassi, ha fatto un'analisi impietosa del fenomeno. Ricostruendo la duplice faccia della mafia: quella bassa e popolare dei Provenzano e dei Riina che si alimenta delle estorsioni, e quella della borghesia mafiosa, professionisti, politici, che restano in carica nonostante condanne passate in giudicato nei consigli di amministrazione delle società o negli organismi politici.

Se la prima sembra in difficoltà, per gli arresti dei capi e di centinaia di picciotti, ha detto Scarpinato, la seconda è ancora lì a lucrare sui fondi pubblici, statali ed europei, e a creare quel degrado in cui la mafia popolare si rialimenta.

"La mafia non è solo una storia di brutti sporchi e cattivi - ha detto ancora il Procuratore aggiunto - perché altrimenti sarebbe stata sconfitta, come il banditismo e il terrorismo. E' lecito chiedersi quale coerenza ci sia in uno stato che obbliga a denunciare il pizzo e contemporaneamente vara lo scudo fiscale".

fonte: Antimafiaduemila.com

Due tunisini in fuga dalla Sicilia mafiosa

di Pietro Orsatti

Treno notturno Palermo-Roma, sedici ore di viaggio. Nei vagoni il racconto di tante vicende di migranti in cerca di fortuna. Ma quella di due ragazzi di nome Mohamed forse non ha eguali. Lasciano l’isola perché il loro padrone, oltre a pagarli pochi euro, ha subito un blitz della polizia per malaffare. «Sapevamo cos’era la mafia. I mafiosi vengono in vacanza negli alberghi di Hammamet». Ma vederli all’opera dev’essere troppo anche per due extracomunitari

Di Pietro Orsatti su Terra della domenica

Tutta la vita in uno zaino. E un treno diretto al “continente”. Si chiamano tutti e due Mohamed questi ragazzi tunisini. Sorriso e un biglietto per il treno notturno che da Palermo porta diretti a Roma, una sorta di odissea, viaggio iniziatico da dividere in uno scompartimento di seconda classe. Uno dei due in patria faceva il pescatore, l’altro lavorava in un forno. Li accomuna un viaggio e canzoni scaricate sul telefonino che ascoltano e che commentano ridendo.
E poi il bisogno di fuggire. Non dalla polizia, ma da una terra e dalla mafia.
«Sai io sono arrivato in Italia e ho subito cominciato a fare il pescatore, all’isola d’Elba – racconta il Mohamed uomo di mare che è in Italia da più tempo e miscela italiano, francese e gesti in una specie di performance teatrale – ma questa stagione la crisi si è fatta sentire e il mio principale, dopo due anni, ha deciso di vendere la barca. E allora mi sono deciso a scendere in Sicilia, per lavorare la terra. Ad Alcamo». E ora torni all’Elba perché è finita la stagione? «No, me ne sono andato. Dodici ore di lavoro con gli animali, pecore e agnelli, e mi davano solo 20 euro. E poi c’era un giro strano. Sai, non è difficile capire che non puoi discutere, non puoi chiedere di più altrimenti rischi. E guarda che non è che rischi di essere cacciato, rischi altro». Non si sbottonano di più i due giovani tunisini. Sono spaventati, preoccupati, quando parlano del “feudo” dove hanno lavorato fino a pochi giorni prima. E cambiano discorso. «A me non hanno rinnovato il permesso di soggiorno, a lui – e indica l’amico che cerca qualcosa sul cellulare – non lo hanno mai fatto». Clandestini? «Clandestini».
Poi l’amico che esclama: «Eccolo! Guarda!». E mostra sul piccolo schermo un video girato con il telefono. In mare, un barcone carico di gente e qualcuno che canta fuori campo. «Così sono arrivato. Clandestino». A Lampedusa? «No, in Sardegna». E perché Alcamo? «Io ho lavorato a Mondragone. I napoletani sono razzisti, Mondragone è un posto di merda. Tutti armati, tutti con pistola. Chiedi la paga, i tuoi soldi? Ti mettono la pistola alla testa. Così – e mima di puntare un’arma alla testa dell’amico –. Tutto è meglio di Mondragone. Pensavo che anche Castellammare del Golfo e Alcamo e Calatafimi fossero meglio. Sul serio. All’inizio era meglio. Molto meglio».
Poi, raccontano, è successo qualcosa. Il loro principale viene visitato dalla polizia, in un blitz antimafia a caccia di un latitante. E poi interrogatori e perquisizioni. Spiegano: «Sapevamo cos’era la mafia. Noi in Tunisia sappiamo tutto di voi italiani. I mafiosi vengono in vacanza negli alberghi di Hammamet. Whisky, donne, soldi. Tutto è per loro. Anche tu vieni in Tunisia, e hai tutto quello che vuoi. Ma vedere quello che è successo qui, sentire la mafia…». Sentire? «Tutto è mafia. La mattina appena apri gli occhi è mafia. Vai a lavorare sulla terra, nel fango, ed è mafia. Non ti pagano ed è mafia. Vai in paese e senti la mafia negli sguardi della gente. Vai a letto e dormi solo perché te lo permette la mafia».
Ma non vi hanno fermato, non vi hanno chiesto il permesso di soggiorno? «No. Sono arrivati alla baracca dove dormivamo in due. Abbiamo parlato un po’, poi ci hanno detto che era meglio che ce ne andavamo, che lì di lavoro non c’era più. Ci hanno spiegato che un parente del nostro padrone era mafioso. Uno che ammazza la gente. E che ora di lavoro lì non c’era più». E i due ragazzi si sono messi in viaggio. Uno per raggiungere alcuni amici in Puglia, l’atro per andare a Piombino e imbarcarsi su qualche peschereccio. «Il mare è un bel lavoro, non la terra. Tutto sembra più pulito se lo vedi dal mare».
Sul traghetto che passa lo Stretto a Messina, si sale sul ponte a fumare e bere caffè. E ci si accorge della babele che si è imbarcata su questo fatiscente treno notturno. C’è la ragazza cubana che ha trovato un posto in un locale a Milano e la badante indiana che è ripartita da Palermo perché è deceduta l’anziana donna che assisteva. E poi il carpentiere romeno e due signore ucraine di mezza età che si sono infilati in discussione assurda sulla politica italiana che, ovviamente, si svolge in un italiano surreale. Cinesi e senegalesi fanno gruppo a sé. Piccoli gruppi, si tengono in disparte. Di italiani pochi, un’esigua minoranza. Quello che era il treno degli emigranti che tornavano al lavoro a nord, dei siciliani e calabresi che popolavano le fabbriche e i cantieri del Piemonte e della Lombardia, ora è diventato il treno dei migranti stranieri. E il paradosso è che questo treno, che sembra uscito da uno degli incubi delle “ridotte” siberiane, costa perfino di più delle decine di voli low cost che decollano dagli aeroporti di Catania e Palermo. Ma lì devi mostrare i documenti, e questo oltre ad essere un treno indecente per fatiscenza e igiene è soprattutto un treno “clandestino”. Niente polizia a controllare permessi di soggiorno e passaporti, solo un passaggio di un assonnato controllore in 16 ore di viaggio. Perfetto per chi non vuole mostrarsi. Perfetto per due ragazzi tunisini, allegri clandestini, in fuga da un sud razzista, violento e “criminale” che li ha sfruttati e poi terrorizzati. Buon viaggio a tutti e due.

Valle del Mela: "Se le industrie riportano i dati di tabelle da loro stessi forniti"!
















Dal referente regionale aree industriali a rischio, dott. Giuseppe Falliti, è stata diffusa una nota che così recita: "denunciamo a tutti gli Organi competenti il gravissimo inganno con cui l’Agenzia Europea dell’Ambiente definisce “ottima” la qualità dell’aria nella zona industriale ASI del Comprensorio del Mela. The European Environment Agency (EEA) è un’agenzia dell’Unione Europea sin dal 1990 e gestisce il sito web “Eye on Earth” (Occhio alla Terra) con il quale vengono monitorate e definite la qualità di Aria ed Acqua in varie parti del mondo. E’ la maggiore fonte di informazioni per i 32 paesi componenti per quei temi che coinvolgono “sviluppo, adozione, implementazione e valutazione di strategie e procedure ambientali”. L’obiettivo principale dell’EEA è di produrre dati utili in campo ambientale per consentire l’adozione di decisioni basilari per la politica ambientale europea.

Come è possibile vedere dalle comparazione delle foto allegate (foto 1: il sito dell’Edipower su Google Earth; foto 2: il sito dell’Edipower su Eye on Earth dell’Agenzia EEA) la centrale Edipower NON esiste (o è stato cancellato?) nelle mappe dell’Agenzia Europea dell’Ambiente! Un’Agenzia internazionale che si occupa di ambiente e fornisce indicazioni agli stati membri europei sulle politiche ambientali è paradossale che risulti non avere i propri siti aggiornati giudicando, conseguentemente, ottima la qualità dell’aria di uno dei più grossi siti industriali italiani. Anche da queste errate informazioni si intuisce perchè le Istituzioni continuano a mandare segnali di disinteresse verso i bisogni dei Cittadini negando gli inquinamenti. I Cittadini e le Associazioni continuano a reclamare i FATTI e le industrie si permettono il lusso di dichiarare che le emissioni sono regolari e che non ci sono gravi inquinamenti ma noi dichiariamo che fino a quando le centraline e la rete di monitoraggio saranno esclusivo appannaggio di coloro che dovrebbero essere solo controllati e non controllori di se stessi, non avremo mai la certezza della verità. E quest’ultimo episodio ne è un’ulteriore conferma.

Se le industrie riportano i dati di tabelle da loro stessi forniti, i Cittadini ribattono con le cartelle cliniche delle centinaia di morti sospette per gravi inquinamenti".

La mafia non esiste, Berlusconi e Dell'Utri invece si



di Marco Travaglio

I fratelli Graviano - in un bar di Roma vicino al Parlamento gli dissero “ tutto si è chiuso bene, abbiamo ottenuto quello che cercavamo, ci siamo messi l’Italia nelle nostre mani”, dice Spatuzza, “ mi fa il nome di Berlusconi, gli domando “ ma quello di Canale Cinque?” e lui mi dà conferma, poi mi dice che c’è anche un paesano nostro e mi fa il nome di Dell’Utri”.

Cosa spaventa davvero Berlusconi

La cosa è interessante è quello che sta succedendo a Palermo e che ha raccontato Peter Gomez su Il Fatto Quotidiano: Don Vito e il consulente; io credo che, più che Spatuzza, a preoccupare il Cavaliere sia questo fronte, perché? Perché il figlio di Ciancimino sta portando in Italia le carte del padre, che erano nascoste in cassette di sicurezza in qualche paradiso fiscale e, nelle carte del padre, ci sono anche le bozze di un libro che il padre, quando è morto, stava scrivendo e lì, scrive Gomez insieme a Marco Lillo “ ci sarebbero elementi documentali sul ruolo che svolse negli anni 70 e 80 Ciancimino per portare capitali mafiosi dentro queste società di Milano o di Milano 2, Pancarasini, famiglie Buscemi, Bonura, Teresi, Bontate” e stiamo parlando dei famosi capitali di misteriosa origine, le famose valigie di contanti che andavano a ricapitalizzare certe società della finanziaria d’investimento Fininvest Srl. Se fosse vero che arrivano carte su quei soldi, è evidente che verrebbe riaperta a Palermo l’indagine per mafia e riciclaggio che era stata aperta a suo tempo non solo su Dell’Utri, ma anche su Berlusconi, che poi era stata archiviata, cioè congelata in attesa di elementi nuovi.
Sono elementi nuovi diretti documentali, quelli che può portare il figlio di Ciancimino, che sono in grado di fare riaprire quell’indagine e, se gli elementi fossero sostanziosi, potrebbero portare anche a un processo per quell’origine dei capitali, se quell’origine fosse finalmente nota, carte alla mano. Mentre invece per il momento Berlusconi, è chiaro, sarà probabilmente iscritto nel registro degli indagati anche per le indagini sulle stragi, se già non lo è, a Firenze come a Caltanissetta, ma non è quello il fronte dal quale gli possono derivare dei guai giudiziari seri, perché finora abbiamo molti mafiosi che parlano, ma tutti de relata: finché non collaborano i fratelli Graviano e non danno eventualmente qualche elemento oggettivo diretto o personale, su quel fronte lì il Cavaliere processi non ne avrà, riapriranno le indagini e poi i magistrati saranno costretti a archiviarle un’altra volta, mentre invece il fronte caldo è quello delle origini delle fortune di Berlusconi.

Sono quei famosi capitali che il Cavaliere è talmente sicuro di aver messo lui che, quando i magistrati gli hanno chiesto chi gli avesse dato quei soldi, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

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